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Almamegretta

«L'incontro fra culture è la vera scommessa»

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Data: 14 febbraio 2004
Giornale: L’Unità

Il collettivo napoletano degli Almamegretta è stasera ad Arezzo con «Sciuoglie 'e cane»

di Stefano Lombardi Vallauri

AREZZO - Appena iniziata, la tournée degli Almamegretta approda subito in Toscana. Stasera gli amanti del collettivo napoletano verificheranno dal vivo, con le orecchie e col bacino, se la grande emozione suscitata dall'ultimo album Sciuoglie 'e cane, con voci soliste nuove rispetto al fuoriuscito Raiz, è confermata dalla performance su palco. Gennaro T., batterista e colonna storica del gruppo, fa il punto della situazione e, con la stessa rilassatezza con cui suona, lancia messaggi importanti.
A un'età in cui molti gruppi si sciolgono voi con coraggio ripartite.
Ci è sembrato naturale: pensiamo di avere ancora cose da dire, abbiamo ancora voglia di fare questo lavoro. Non c'è niente di meglio, tra l'altro, di questi tempi.
Qual'è la tua sensazione quando gli altri intorno a te producono cose così emozionanti?
È come se tu avessi il quadro generale della situazione. La ritmica è una sorta di binario su cui corre il treno di tutto il concerto: se i binari sono sconnessi il treno deraglia, se invece sono ben solidi il viaggio va a buon fine. Il batterista sottolinea determinati passaggi oppure anche li provoca, li suscita. Questo è suonare; emozionarsi ma non perdere il controllo. Ti lasci andare e con naturalezza fai le cose che sono appropriate. Bravo è chi riesce a sottolineare determinati momenti di un brano, la nota giusta al momento giusto oppure una sola nota. Riunendo gusto, tecnica, inventiva.
Com'è il vostro legame con la musica tradizionale?
Noi continuamente ci rapportiamo alla musica del Mediterraneo, ma a livello cosciente la musica che ci ha formato viene soprattutto da Inghilterra e America, frutto di un colonialismo in cui ci troviamo. Si tratta di vivere questa cosa non passivamente, cercando di interpretarla. Il nostro rapporto con la tradizione è stato pure conflittuale, di rifiuto. Era un passato che opprimeva, poi abbiamo capito che non poteva essere abbandonato. È in noi anche al di là della nostra coscienza, del nostro volere. Quasi come nel dna, perché a Napoli si ascolta musica in tutti i momenti: le radio di quartiere stanno a un volume assurdo. Questi cantanti popolari si rifanno sempre alla canzone napoletana, la attualizzano pure in maniera un po' rozza. Alcuni, come Gigi D'Alessio, hanno un successo mondiale: al di là del giudizio di valore questo significa che Napoli ha una valenza, difficile da trovare nel resto d'Italia. Ma già il fatto di cantare in dialetto penalizza: credo che venga rifiutato come simbolo di un passato, di un'Italia arretrata, contadina, che non sapeva usare l'idioma nazionale. È un atteggiamento subculturale assurdo, quasi razzista il rifiuto di capire da dove veniamo. È molto grave: quando non capisci da dove vieni, vai incontro a diversi problemi, e li provochi pure agli altri. Il nostro progetto si è sempre fondato sull'incontro fra le culture. La scommessa dell'umanita nel futuro prossimo è questa: o l'incontro fra le culture diverse o la fine.

Aggiornato Giovedì, 08 Settembre 2005
 

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