Il tempo di sentire

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Album: Sanacore
Data: giugno 1995
Giornale: Mucchio Selvaggio

di Federico Fiume

Si sono 'ritirati' per più di due mesi in una casa sull'isola di Procida e lì hanno concepito e in gran parte registrato un album di struggente, assoluta bellezza. Ispirato, vibrante, innovativo, Sanacore segna per gli Almamegretta l'ingresso in quel ristretto cerchio di artisti che sanno portare la musica sempre un passo più avanti di dove l'hanno trovata. Il loro segreto probabilmente sta nella rara capacità di armonizzare, al ritmo lento ed ipnotico del Dub, suoni che ad altri apparirebbero contraddittori, senza mai venir meno ad un esemplare rigore artistico e morale. Proprio da una grande contraddizione, quella fra vocazione nomade e profondo senso delle radici, prende vita lo stile Almamegretta e se Animamigrante, loro primo disco, ne aveva definito i contorni, il nuovo album approfondisce il disegno nei particolari, dipingendo con colori fatti di una sostanza psichedelica che impregna i sensi, il cuore e la mente. L'incontro, forse inevitabile, con Adrian Sherwood, grande capo del Dub inglese, contribuisce alla definitiva consacrazione di un lavoro che ha ben pochi paragoni possibili nell'attuale scena europea. Nel corso di un paio di incontri in tempi in diversi (il primo nello studio di Napoli dove stavamo completando le registrazioni ed il secondo, più recente, a Roma) si é parlato di Napoli, della loro personale lotta per rallentare il tempo, di 'liquidità del messaggio' e altro ancora. Domande ne ho fatte tante, salvo poi accorgermi, ascoltando Sanacore, che le risposte stanno tutte lì dentro, insieme a nuove domande e nuovi possibili percorsi, nutrimento indispensabile di ogni Animamigrante.

Come definiresti Sanacore?
Gennaro: Direi che è il naturale sviluppo del discorso impostato con il disco precedente, in un senso più radicale, più fortemente dub, ma anche profondamente napoletano. Del resto il discorso delle commistioni è di casa a Napoli, non abbiamo mica inventato l'acqua calda, però ci sembrava che le cose si fossero un po' fermate ultimamente da questo punto di vista e Sanacore è il nostro contributo alla ripresa del cammino.
Va intesa in questo senso anche la partecipazione di personaggi di rilievo nel panorama della canzone napoletana tradizionale?
Gennaro: Certo. In un momento in cui si fanno tanti soldi con certi dischi di 'musica napoletana', ci è sembrato giusto dare la nostra interpretazione collaborando con un autore 'classico' come Salvatore Palomba, che ha scritto il testo di Pé dint' e viche addò nun trase 'o mare con Giulietta Sacco, un'interprete autentica del repertorio napoletano. La sua voce è stata paragonata a quella di Amalia Rodriguez (la regina del Fado portoghese - ndr.) ma per una serie di motivi il suo successo, pur grandissimo, è rimasto circoscritto in un ambito locale.
La Sacco canta nella canzone che dà il titolo all'album e che è chiaramente un brano tradizionale. Da dove viene?
Gennaro: L'avevamo registrata dalla voce di una signora che la cantava in uno di quei paesi del vesuviano dove c'è una forte tradizione musicale, soprattutto per le “Tammurriate”. Si tratta di un antico stornello d'amore. Noi andiamo spesso in quella zona ad ascoltare, a prendere degli spunti, ad imparare; a volte registriamo delle cose che però non sempre possono essere campionate per motivi di scansione o di qualità tecnica, però l'idea di usare Sanacore ci è rimasta e alla fine l'abbiamo realizzata.
C'è un tema centrale nel disco, una particolare chiave di lettura?
Raiss: È un disco sui sentimenti umani, sui rapporti interpersonali, senza grossi proclami, perché crediamo che oggi ci sia bisogno di ripartire da zero, da noi stessi come persone. Il discorso quindi parte da dentro: è un messaggio liquido, perché dividendosi in mille gocce ha più possibilità di colpire. Il messaggio solido, il mattone lanciato con forza può anche mancare il bersaglio. Sono i contesti che spesso danno un senso più generale alle storie. Ad esempio in Ammore nemico, cantata da Sua Unicità Marcello Colasurdo degli ‘E Zezi, ci trovi una storia d'amore. Ma se ascolti bene ti accorgi che è la storia di un soldato innamorato di un altro soldato, nemico, nel contesto attuale dell'ex Jugoslavia. Quindi vedi, si parla di anti sessismo, di anti militarismo, di anti nazionalismo, ma in modo liquido, non invadente e questo secondo noi è il modo più efficace per far recepire qualcosa.
C'è un pezzo, Tempo, scandito dalla voce di una speaker, che mi sembra delinei bene il vostro approccio musicale e 'ideologlco'. Me ne vuoi parlare?
Raiss: Il nocciolo è lo sfruttamento del tempo dell'individuo in questo tipo di società. Il tuo tempo è scandito secondo i ritmi della produzione e tu conti solo ed unicamente in relazione alla tua capacità produttiva. Questo distorce completamente l'equilibrio naturale dell'individuo, se ancora ne esiste uno. La gente si cancella le rughe, cerca di rimanere giovane il più a lungo possibile per non essere esclusa o comunque marginalizzata dalla società. Per questo la riappropriazione del tempo è importante...
Gennaro: Secondo me anche la grande diffusione dell'eroina ha a che fare con l'esigenza di fermare o almeno rallentare il tempo, che è un fatto diffuso. Noi cerchiamo di farlo con la musica e questo ci rende in un certo senso dei privilegiati; possiamo scegliere di isolarci per due mesi in un posto molto bello e lavorare secondo il ritmo che noi scegliamo...
Raiss: Naturalmente non è che pensiamo di vivere in un'isola franca; anche noi facciamo parte di un'industria, vendiamo dischi, quindi siamo interni ad un processo produttivo, ma se consideriamo la società come un insieme di piccole gabbie, la nostra è certamente più comoda e spaziosa di molte altre.
A proposito di privilegi: avete lavorato con Adrian Sherwood, che da sempre citate come uno dei vostri punti di riferimento fondamentali. Com'è andata?
Raiss: Bene, anche se lui non l'abbiamo visto. Si è fatto mandare il materiale a Londra e ci ha detto: “Io lavoro, voi ascoltate e se non vi piace rifacciamo”. Ma una volta ascoltato il materiaie, per noi non c'erano repliche. Inoltre ha missato personalmente 5 pezzi invece dei due previsti, perche il disco gli piaceva molto. Di ogni pezzo ha poi fatto una o due versioni in più, il tutto in due giorni! Noi per missare gli altri siamo stati negli studi On-U Sound di Londra una settimana, insieme ad Andy Montgomery, che missa con Sherwood quasi tutto quello che esce dai suoi studi. Ci è stato anche chiesto di partecipare a 'Reggae Without Frontiers', una compilation che la On-U dovrebbe pubblicare in autunno e che raccoglie materiali da tutto il mondo compresi Giappone e Perù. Ci hanno anche detto che sarebbero contenti se andassimo a registrare lì il prossimo album e noi ovviamente siamo ben disposti in questo senso, anche perché lì c'è una situazione molto underground, molto rilassata, si lavora bene, lo studio è ottimo anche se privo di automatismi, ma per una scelta artigianale precisa, e tutto funziona in modo estremamente tranquillo e naturale.

RECENSIONE

SANACORE

di Daniela Amenta

L’Animamigrante è di nuovo in strada. Dopo il fulminante album d'esordio di due anni fa, ecco Sanacore, un disco assolutamente capitale per la musica italiana e che - anche se sposterà di pochi millimetri il 'baricentro' sonoro - ricorderemo fra anni. Difficile parlare di quest'opera, di questo multiforme affresco armonico, del ventre caldo e vulcanico di Napoli, cuore pulsante di tutti i Mediterranei del mondo. Difficile perché Sanacore è un’esplosione di emozioni trasformato in note. Carne viva che urla, più spesso geme d'amore, mormora lasciva e potente. Randagi Almamegretta, nomadi per scelta e vocazione, meticci 'figli d'Annibale' e di quel Sud metafora con le radici ben piantate in terra e il polline sparso nell'aria. Rimpianto, rabbia, sangue, sudore, accenti viscerali rotolano insieme ai ritmi gassosi del dub, alle negritudini melodiche, all'incedere epico, agli schianti dei mercati, agli odori. Sanacore 'brucia di passione' dall'inizio alla fine: eccessivo, totalizzante, forte, impetuoso, straordinaria prosecuzione di Animamigrante, sviluppo ancora più marcato dei temi della 'meridionalità', dello 'zingarato' culturale e dell'orgoglio della diversità intesi come chiavi di lettura per stare nel mondo. Che, a guardare bene, si trova a Sud. Della luna. Perfino Adrian Sherwood, il manipolatore-principe dell’On-U-Sound, si è accorto di Raiss ed compagni e insieme a Andy Montgomery ha rimissato cinque pazzi di Sanacore. Che è un disco cruciale perché - nel medesimo tempo - rende omaggio all’anima più sfupefatta, pesante e lenta del reggae (il dub, per l'appunto, ovvero quella "danza scarna che ha il ritmo di ossa sbattute l'una contro l'altra") e alla Canzone napoletana, ossia la forma più arcaica, popolare e radicale della musica d’autore Italiana. In bilico tra questi due moduli espressivi, Sanacore è un capolavoro di equilibrismi musicali, di lirismo sonoro, di poesia stradaiola, di tradizioni e impennate futuribili. Progetto a grana grossa eppure elegantissimo al punto che gli stessi mostruosi abusivismi edilizi della Campania (ma di tutte le aree 'in basso', ricordate le case de “Il ladro di bambini”) acquistano una loro dignità, un senso profondo, un'umanità che commuove. Completamente cantato in lingua partenopea (lingua, non dialetto) Sanacore si apre con 'O sciore cchiu' felice, sinuosa spirale in morbido reggae-style, perfetto e accattivante manifesto d'intenti ("Il fiore più felice è quello senza radici che corre come un cane senza guinzaglio, un fiore senza padrone..."). Andamento percussivo afro-caraibico per Maje, una nenia essenziale arricchita da imprevedibili situazioni elelttroniche all’African Head Charge. Pe’ dint’ ‘e viche addo nun trase ‘o mare è stata scritta da Salvatore Palomba (l’autore di Carmela, brano portato al successo da Sergio Bruni negli anni ’60). Voce di velluto intrigante per Raiss, muezzin contemporaneo che snocciola parole in uno sfondo mediorientale, riverberante della lira pontiaca di Michele Signore della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ecco il flauto di Daniele Sepe, ecco Sanacore, stornello tradizionale del vesuviano, duetto tra Raiss e Giulietta Sacco, una cantante celeberrima tra i vicoli e in quel “sottomercato” discogrofico vivacissimo e fiorente che se ne fotte della Siae e dei passaggi televisivi e vive grazie allo smercio 'militante' di nastri e cassette registrate in casa (esattamente come succede in Africa), definita l' 'Amalia Rodriguez di Napoli'. Ammore nemico, sensuale, ipnotica, amarissima cavalcata: storia di un amore omosessuale tra due soldati di opposte fazioni nello scenario devastato della ex Jugoslavia. A introdurla è Marcello Colasurdo del Gruppo Operaio di Pomigliano d'Arco 'E Zezi. Di una nobiltà, di una bellezza da brividi. Sciosce Viento è un altro episodio che pare concepito tra i chiostri e le torri d'Oriente con inserti rap molto, ma molto cadenzati. È un pezzo violentissimo - nonostante la morbida cadenza sonora - racconto della millesima e una notte dei 'cugini' (cosi li chiamiamo in Calabria) a Villa Literno, tra nostalgie furiose, paure, solitudini e un dolore che spezza in due il cervello. Segue Ruanda, una delle cose più belle mai scritte su quest'altra terra martoriata. E infatti è uno strumentale. Perché le parole, spesso, non sanno, non possono dire. Una magnifica suite che utilizza solo e semplicemente i campionamenti delle voci dei bambini durante un matrimonio ruandese. In Nun te scurdà gli Alma narrano la vita, l'amore dal punto di vista di una donna, 'troia carcerata' che si ribella allo stereotipo di "mamma, puttana o brutta copia e n'omme…". Se stuta 'o ffuoco parla di lontananza e introduce Tempo, sintesi ideologica per il gruppo che crede nell’interruzione dei parossismi e delle frenesie come soluzione per frenare i cicli ansiogeni e alienanti della produzione. Chiude il tutto la dub versione di 'O sciore cchiù flilce. Almamegretta sono di nuovo in strada. Attraversano tutte le terre dimenticate, camminano tra la polvere e il sangue del Ruanda, della ex Jugoslavia, di Villa Literno, diventano femmina, frocio, puttana o cane senza guinzaglio. Perché la loro natura é di mercurio e a sud della luna splendono solo le anime migranti.

Aggiornato Sabato, 30 Luglio 2005