Il reggae delle due Sicilie

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Data: aprile 1996
Giornale: Moda

Tu vuo'ffa o' giamaicano? Il pezzo giusto ormai nasce dal cuore del sud

Lenta. Ipnotica. Sognante. La loro musica è un vero punto d'incontro fra sonorità maghrebine, nere e mediterranee. Come dire: l'integrazione razziale disegnata sullo spartito. Non è un caso che gli Almamegretta facciano tendenza. Anche al di là dell'oceano.


di Fabia Di Drusco

La loro musica è lenta, ipnotica, sincronizzata sul battito del cuore. Mischia reggae giamaicano, sonorità africane, tammurriate napoletane. Mentre i testi, in un dialetto napoletano stravolto dal ritmo, alternano fatalismo mediterraneo e lettura critica del presente. A chi si ostina a considerarli un gruppo underground saldamente ancorato alla cultura dei centri sociali gli Almamegretta rispondono di essere andati oltre. Verso l’introspezione. Sono ormai troppo noti per definirli un gruppo di culto. Il loro ultimo album, Sanacore, è disco d'oro. A gennaio hanno rappresentato I'Italia al Midem (Mercato del Disco e dell’Edizione Musicale) di Cannes. Ormai altrettanto famosi a Milano come a Napoli, stanno puntando alla conquista del pubblico inglese, forti dell’apprezzamento dei Massive Attack (la band dietro alla grinta di I want You di Madonna), che hanno chiamato Reeno, il cantante del gruppo, a collaborate al loro ultimo album Protection.
«Letteralmente Almamegretta significa anima migrante, in una lingua tra il volgare e il latino precedente a Dante» precisa Reeno. Due parole scoperte per caso su un compendio di storia della letteratura italiana («forse il Sapegno»). Che suonano bene, ma soprattutto racchiudono il manifesto programmatico della loro musica. Di confine. Progettata come una contaminazione sistematica della tradizione napoletana con influenze giamaicane, indiane, pakistane, arabe. La musica del futuro in un mondo che non ha alternative: o l’integrazione razziale o l’apocalisse.
«Leconomia mondiale non riesce più a gestire il mercato del lavoro, anche se riesce ancora a gestire quello delle merci e dei capitali. Ormai i 5/6 affamati dellumanità premono dicendo «oggi è giorno di paga». Molti predicono “il sacco di Roma”, noi preferiamo impegnarci per una risoluzione pacifica del problema», spiega Reeno. «Per questo ci fa piacere essere considerati una bandiera dell’antirazzismo, ma vorrei sottolineare che non siamo un progetto politico. Siamo un progetto musicale».
Per comporre un pezzo gli Almamegretta partono da un’idea ritrnica, basso e batteria, oppure basso più percussioni. Poi Reeno scrive un testo. «Lavoriamo in simbiosi, tutti assieme, Gennaro (il batterista), Pablo (il tastierista), D.RaD (responsabile degli effetti speciali) ed io. Ci piace pensare a noi stessi come alla fabbrica Almamegretta». Eppure moltili identificano tout court con Reeno. Anzi Raiss, come continua a chiamarlo lo zoccolo duro dei suoi fans. «Il rais è il capo della paranza dei pescatori siciliani. Un nome che mi è sempre piaciuto, perché io mi sento come il navigatore pilota di una barca che scivola sull'acqua... E la nostra è una musica d'acqua, così lenta, così ondeggiante, dub (la definizione tecnica per la copia deformata al rallentatore di un pezzo reggae n.d.r.). Ma alla lunga Raiss è diventato un nome spersonalizzante, troppo accentratore, altro da me. E ho preferito abbandonarlo».
Gli Almamegretta suonano insieme dall'89, anche se il loro primo cd, Figli di Annibale, è del '92. Poi sono venuti Animamigrante, del '93 e Sanacore, del '95. «La nostra musica crea una specie di trance, una dimensione onirica, attraverso la distorsione e la dilatazione del tempo reale. È una musica che dà spazio alla fantasia. Perché in musica si può fare veramente di tutto. Basta evitare un solo peccato capitale, il calderone. Mi spiego: noi verifichiamo sempre che un campione musicale possa effettivamente confluire in un contesto. Mi è capitato di sentire una veglia funebre araba inserita in una dance cornmerciale, solo perché al nostro orecchio europeo la canzone suonava allegra. Non ci interessano questo tipo di scelte puramente estetizzanti, vogliamo rispettare il messaggio originale del materiale che usiamo».
«Con Sanacore abbiamo definitivamente esaurito i discorsi precedenti», continua Reeno. «Per molti noi siamo un prodotto della cultura dei centri sociali. Non è così. Semplicemente teniamo dei concerti presso le loro sedi perché ci interessa dare il nostro appoggio a certe iniziative. Ma adesso è arrivato il momento di ripartire da noi, dai nostri sentimenti, senza realtà preconfezionate da consegnare a nessuno. Non ha senso parlare di riformare i massimi sistemi, se nel privato sei un cesso. Un conformista piatto, pieno di pregiudizi nei confronti del diverso, sotto sotto un rampante di marca berlusconiana».
«Ripartire da noi vuol dire ripartire dai sentimenti, dall’amore e dal’amicizia. Credo che all’origine siano la stessa cosa, un'unica forma di attrazione per l’altro che poi viene stemperata secondo una scala di valori socialmente accettabili. Dal momento che viviamo in una società monogama ed eterosessuale che ci condiziona a scegliere un solo obiettivo (amoroso) e a considerate tutti gli altri degli amici».
«Ripartire da noi vuol dire anche riconsiderare il rapporto
con le donne. E con la parte femminile della nostra anima.
Perché con le donne si riesce a comunicare a un livello molto più profondo che con gli uomini. Fra uomini vige un codice di tabù di stampo prettamente machista che rende impensabili certe confessioni. Solo attraverso le donne è possibile esplorare fino in fondo la propria sensibilità. È il motivo per cui apprezziamo Pappi Corsicato (regista del loro video "Nun te scurdà", proiettato nelle sale cinematografiche insieme al film "L'odio" di Kassovitz n.d.r.). Il suo punto di vista è femminile, delicato. Noi eravamo suoi fan, lui veniva ai nostri concerti. Il progetto è venuto fuori con naturalezza, senza che intervenissimo in alcun modo sulle scelte di Pappi. Il video è molto godibile, privo di rivendicazioni forti. È piaciuto a chi non ci conosceva, mentre chi si aspettava qualcosa di duro l'ha criticato».
Progetti per il futuro?
«È appena uscita la “Reprise” di Sanacore, prima dell'estate dovrebbe uscire un disco di mixaggi alternativi di canzoni tratte dai due album precedenti. Sicuramente organizzeremo una piccola tournée in Italia quest'estate, e parteciperemo a molti festival all'estero. Suonare dal vivo è elettrizzante. Iniziamo ogni concerto in preda al panico. In attesa delle reazioni del pubblico. Perché è vero che il pubblico suona quanto te. Mi spiego: se parti con uno spettacolo ben rodato in sala prove, tu suoni sempre allo stesso modo. È la vibe del momento a cambiare nettamente, al punto che non interagisci con il pubblico, se non c'è uno scambio di emozioni, ti sembra di aver suonato da schifo. E invece quando ascolti dopo sei mesi la cassetta di registrazione di quella serata ti accorgi che è uguale a tutte le altre».

Aggiornato Venerdì, 09 Settembre 2005