o f f i c i a l w e b s i t e

Almamegretta

Prendi tempo guagliò

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Data: giugno 1995
Giornale: Fare Musica


Gli Almamegretta stanno per salire sul palco, Rino fa uno dei mestieri più antichi del mondo: canta. Sulla sua T-shirt c 'è un artista giamaicano molto "roots", Augustus Pablo, che suona la melodica circondato dalla scritta "Original Rocker".


di Paolo Ferrari

Rino lo ama così tanto Augustus che è come fosse a torso nudo. Poco più in là c'è D.RaD., il suo mestiere è tra gli ultimi arrivati: gestisce il dub, i campionamenti, gli effetti sul palco. La sua T-shirt riporta il logo degli LFO, tecnocrati e futuristi come pochi. Fosse una tuta, nessuno si stupirebbe.
Dettagli, nel senso che la band napoletana non lavora sul look, tutto è casuale. Ma il caso questa volta ha fatto centro, in due semplici magliette si esprime la doppia "anima", nel senso magnificamente arabo di doppiezza, "emigrante". Radici, tradizione, calore umano, più tecnologia, ricerca, movimento.
Nell'accogliente camerino del Babilonia di Ponderano, vicino a Biella, accanto agli autografi degli Skatalites vergati sui muri, si mangia frutta, si aprono con foga gil scatoloni di merchandise, si gusta una buona sigaretta d'importazione e si entra facilmente nell'argomento Sanacore, seconda tappa importante nel percorso discografico degli Almamegretta. Anche in questo caso porta la voce del gruppo Rino.
Che rapporto c'è tra il primo e il secondo album?
«I suoni sono diversi, ma idealmente, spiritualmente, c’è una continuità. Con il primo abbiamo introdotto, timidamente, elementi dub nella nostra musica. Abbiamo approfondito questo discorso e proseguito la ricerca nella direzione della cultura tradizionale napoletana, accoppiata, sovrapposta o, come preferiamo dire noi, "compilata" con il reggae e il dub. In questo senso Sanacore è al tempo stesso più napoletano e più reggae di Animamigrante. Anche se il suono talvolta si stempera in soluzioni più semplici, come accade in Ruanda, o space-dub, nel caso di Tempo, è un disco fondamentalmente reggae».
Quindi il cambio di produttore, con il passaggio del testimone tra inglesi, da Ben Young a Adrian Sherwood, è finalizzato a questa esigenza?
«Sì. Era nostra intenzione produrre artisticamente da soli tutto tranne il missaggio. Volevamo metterci alla prova dopo Animamigrante, che era frutto di un lavoro collettivo con Ben. Abbiamo montato un piccolo studio a Procida, in una casa affittata grazie ai prezzi invernali, e ci abbiamo passato due mesi e mezzo con gli strumenti».
Partivate da zero e i pezzi sono nati a Procida?
«C'erano molte idee ritmiche, linee di canto, testi abbozzati. Tutto è stato approfondito là. All'inizio contavamo di fare solo una pre-produzione, per poi andare a registrare il disco in studio. Poi ci siamo accorti che, vuoi per la sensazione, la "vibe" del momento, vuoi perché il suono "rough", casalingo, ci piace molto, che andava bene così. Le batterie erano registrate in digitale, le cose midi sono midi, le percussioni idem. Ci mancavano le voci, che abbiamo aggiunto in studio perché andare direttamente sull'analogico era un problema. Insomma, il disco era fatto, rimaneva solo da missarlo. Abbiamo cercato Sherwood, che ha fatto più di metà dell'lp. Il resto lo ha missato Andy Montgomery, sempre del suo team. All'On-U Sounds c'era feeling, massima disponibilità, erano tutti interessati e divertiti dal fatto che noi, italiani e per di più napoletani, cercassimo un suono dub che anche a Londra è underground. Ci hanno inseriti in una compilation di reggae internazionale, su cui avremo due brani. È pronta anche la versione dub dell'album, che uscirà presto».
È stato un missaggio ad alta tecnologia o Sherwood, come molti colleghi inglesi, ama tecniche "povere"?
«Lui è un appassionato del live a tutti i costi. Il suo è live mixing al 100%. Fà i livelli poi "dubba" tutto live, buona la prima. Fa diverse versioni per scegliere la migliore alla fine. Il banco non è niente di speciale, è un normale Soundcraft. L'alta tecnologia è tutta negli output e negli effetti, ne hanno tantissimi. Credo che abbia imparato molto dalle persone con cui ha lavorato, Lee Perry su tutti».
A proposito: cosa hanno imparato gli Almamegretta da Ben Young?
«Ci ha insegnato un sacco di cose, per esempio il fatto che anche la scelta dei suoni deve essere legata alla vibrazione del momento. Ti piace quella cassa? La usi e basta».
Avete deciso di fare un disco reggae, ma di un reggae piuttosto specifico. Per esempio, tu hai abbandonato lo stile ragga di Fattallà, mentre in alcuni brani, come Maje, l'omaggio al reggae, nella fattispecie ai Black Uhuru, è esplicito...
«Ho abbandonato il toasting innanzitutto perché mi piaceva cantare. Il toasting, se hai voce e grinta, è una cosa semplice. Io volevo mettermi alla prova, cantare canzoni napoletane dentro un reggae classico per me è andare oltre. Inoltre siamo convinti di avere ancora molto da imparare dal roots reggae, è una musica che non ha esaurito la sua missione. Maje è un omaggio ai Black Uhuru, ma non solo: è anche la dimostrazione che la vibrazione è la stessa. Ha un testo napoletano, ma se ci mettessi un testo in inglese potrebbe essere pure Michael Rose, fatte le debite differenze, a cantarla. Anche la linea melodica del toasting in Sanacore arriva dal reggae anni ‘70, dalla scuola dei primi dj, come U-Roy e I-Roy. È la musica che ispira di più non solo noi, ma buona parte del pop di oggi. Vedendo gli Orb in concerto, qualche giorno fa, ci abbiamo trovato un sacco di legami con quel periodo. È anche una reazione a un certo ragga. Un disco come Voice of Jamaica di Buju Banton è un capolavoro per come usa la voce, ma i testi sono orribili».
Nello stesso brano canti "povero rimane oppure o'core se ne va". Alludi anche al mestiere di musicista?
«La canzone più che altro riguarda Napoli, è nata leggendo Pasolini, che parla della "tribù dei napoletani" come di un popolo alla continua ricerca di autonomia, disposto anche a morire pur di non cedere. L'eterna rassegnazione è voglia di non cambiare. Tutto questo è finito, Napoli vuole cambiare. La gente non vuole più andare via, vuole costruire qualcosa di nuovo lì. La nostra transizione alla modernità è in atto. Ma quale modernità ci aspetta? Prima eravamo poveri e felici, nel senso in cui può esserlo un brasiliano del Nordeste, senza un soldo ma capace di allegria. Il problema è quello di trovare una modernità che stia tra la Milano da bere e il morire di fame. È una ricerca di autonomia, di una terza via che non sia rimanere poveri oppure rinunciare al proprio cuore. Bisogna salvaguardare le caratteristiche del sud. Quando dicono che non abbiamo voglia di lavorare, io penso che sia una bella cosa, perché significa che non siamo ancora vittime dell'etica del lavoro. Tuttavia le radici non devono diventare un vincolo castrante, un peso che ti tiene ancorato al terreno. A volte bisogna essere in grado di liberarsene per muoversi liberamente. Questo è il senso di ‘O sciore cchiù felice, un testo che magari può sembrare incoerente, tanto che gli altri del gruppo mi chiedevano se fossi sicuro di quello che stavo scrivendo. Eppure a volte è proprio cosi, "il flore più felice è quello senza radice"».
Un altro brano del disco, Tempo, rivendica questo atteggiamento anti alienazione. Come vivete, da questo punto di vista, l'aumento degli impegni di lavoro legato alla crescita della vostra fama?
«A volte è un problema. Ci aiuta molto trovarci prima del concerto, stare insieme, parlare, fumare, e suonare cercando sempre qualcosa di nuovo. È l'unico modo per non alienarsi. Creiamo profitto per altri con i concerti e i dischi, ma almeno sfuggiamo alla nostra alienazione. Siamo tutti disoccupati, nessuno fa altro».
C'è molta attenzione verso il mondo femminile nel disco. Ha l'aria di essere un disco "femmina"...
«Abbiamo cercato di parlare di rapporti umani dal punto di vista dei deboli in un mondo feroce. Mi sono calato in una donna, cercando la parte femminile di me, per parlare in prima persona. In un altro pezzo, Ammore nemico, due soldati sono nemici in guerra ma si amano, per cui fa capolino il tema dell'omosessualità. Sciocie Viento è la storia di un africano a cui bruciano la casa a Villa Literno. Abbiamo strutturato la canzone in modo che solo alla fine si capisca che è lui, e anche lì tutto è in prima persona».
Il legame con la tradizione è uno degli elementi portanti di Sanacore. Come sono nati gli episodi più espliciti in questo senso, P'è dint' 'o viche addò nun trase 'o mare, scritta da Salvatore Palomba, e Sanacore, in cui canta Giulietta Sacco?
«Palomba è l'autore di Sergio Bruni. Al cinquantennale della carriera di Bruni lo abbiamo conosciuto. Ci conosceva e gli piacevamo pure, per cui la proposta di scrivere un testo per noi è stata naturale. Ci affascinava l'idea di un autore classico napoletano passato attraverso Almamegretta e Adrian Sherwood. La Sacco è una cantante degli anni '70, famosa solo a Napoli. Mia nonna è una sua fan, per questo abbiamo cercato lei. Il suo manager è Nino D'Angelo, siamo passati attraverso lui, ci ha anche invitato ai suoi concerti. Il pezzo a mia nonna è piaciuto: questo mettere in relazione generazioni differenti ci sembra molto importante, anche se ci rendiamo conto che l'età media del nostro pubblico è decisamente bassa».
È un aspetto che sta particolarmente a cuore agli artisti del sud, penso a Papa Ricky, al Sud Sound System, e non solo. Come mai?
«È un'idea di comunità se vuoi un po’ tribale, da difendere proprio per sperare che la terza via alla modernizzazione non sia soltanto un'utopia».

Aggiornato Venerdì, 09 Settembre 2005
 

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