Almamegretta: 4/4

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Data: ottobre 1999
Giornale: Rumore


di Alberto Campo


Anime migranti quali dichiararono di essere ai tempi del primo album, gli Almamegretta tendono naturalmente al movimento. E non stupisca allora la mutevolezza del loro lessico musicale, in evoluzione costante. Coniata una formula - dub&mediterraneità - all'esordio e perfezionatala in Sanacore, decisero di scostarsene con Lingo, così cominciando un processo di metamorfosi tuttora in corso. Sempre meno dialetto nei testi, da un lato, e una crescente infatuazione per il suono "technologico", dall’altro. Ulteriore passo avanti in quella direzione è il disco nuovo, programmaticamente intitoloto 4/4. A tratti strepitoso. Brucia, che si ascolta quasi subito, preceduta soltanto da Cheap Guru (dub digitale, accenti esotici e voce straniato), può simboleggiore in modo egregio lo trasformazione in atto: groove massiccio e timbro epico, giusto a metà strada fra “Leftfield” e “Massive Attack”, guarda caso estemporanei datori di lavoro di Rino, Reeno o Raiss, come preferite chiamarlo, che di suo - of course - ci mette una voce che vibra napoletonità anche se modula versi in italiano. E su analoghe lunghezze d'onda scorre Alta fedeltà, esemplare simbiosi fra techno-funk di importazione e musicalità nostrana. Qui e là arricchito da presenze forestiere (il rauco rap di Dre Love in Figli di Dio e Camisa doce, ma soprattutto l'arcano "vocalese" di Sainkho Namtchylak, cantante tuva protagonista in Sainkho's Blues), il 4/4 degli Almamegretta riesce suggestivo oltre che incalzante. E ciò valeanche quando la battuta è pigra, ossia in Venus, 'O mmeglio d''a vita e Chi. Nell'economia del disco, dunque, finiscono per influire in misura relativa alcune cadute di tono, come quando un eccesso di affonno demogogico scaturisce l'inopinato ska di Sempre o certe velleità "technoidi" precipitano - in Riboulez Le Kick, per esempio – verso l'ovvietà. Rari spicchi acerbi di un frutto quasi maturo.

Aggiornato Sabato, 10 Settembre 2005