Do you speak Lingo?

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Album: Lingo
Data: 10 febbraio 1998
Giornale: Mucchio Selvaggio

di Daniela Amenta e Claudio Moriconi

Abita nelle zone alte della Torre di Babele questo disco poliglotta ma si nutre dei fremiti dei piani bassi, quelli da dove si vedono meglio le scarpe delle persone, dove si convive con la polvere della strada e i gorgoglii dei fiumi sotterranei. L’anima migrante partita nel 1992 da Napoli si è ripresa la paternità di Annibale, ha celebrato il Sud del mondo, è riuscita a trasformare in melodia le dilatazioni del dub e i beat metropolitani. Ogni dialetto della musica è buono per Almamegretta, ogni ritmo va bene purché sia in grado di sublimare i tempi del lavoro. Lingo è affresco di vernice fosforescente di una band che scrive canzoni perfette sia per il secolo che per un tramonto a Marechiaro. Con loro la città del Golfo è mega Rave di fine diventata la Los Angeles della Bigelow, l’Istanbul asiatica, la Londra del carnevale reggae, la New York dello spirito, il nord-Africa dietro casa. Sintesi delle tante frammentazioni possibili, degli umori contrattili del Villaggio, delle coordinate geografiche che si intersecano, Almamegretta ci sfida a parlare il gergo cosmopolita delle genti senza passaporto. Quella che segue è la fedele traduzione :

Ad un primo ascolto sembra che Lingo sia come diviso in due porzioni. Una prima parte più digitale, l'altra dove è invece presente con maggior risalto la vena melodica del gruppo. È così?
Raiss: Quando siamo entrati in studio per registrare abbiamo tentato di mettere assieme tutte le cose che ci piacevano. Abbiamo steso le idee, poi queste sono state sviluppate e sono diventate la struttura-base delle canzoni. Questo disco è la sintesi delle musiche che abbiamo ascoltato negli ultimi anni: alcune sono, come dite voi "digitali", altre più legate alla tradizione. La nostra volontà era che Lingo fosse un lavoro metropolitano, più aggressivo rispetto ai precedenti. Talvolta abbiamo calcato la mano sulla tradizione del Mediteranneo, tal'altra sull'elettronica. Perè credo che anche nelle sue diverse sfaccettature si tratti di un album omogeneo.
Gennaro: Anche ai pezzi più nostri, più Almamegretta, abbiamo riservato un trattamento "pesante" con una ritmica eleborata, molto urbana. Questa attitudine è il tratto unificante di Lingo, quindi non parlerei di un disco diviso nettamente in due parti distinte.
Sicuramente è un'opera che usa grammatiche più consone al pubblico internazionale che a quello italiano. Come se Lingo fosse il vostro passaporto per l'estero e per il nuovo secolo...
Raiss: T'ascoltasse a 'Maronna... (risate). Si, vorremmo che fosse così. Ci abbiamo provato.
Gennaro: L'idea che contraddistingue gli Almamegretta è guardare il passato per andare avanti. La nostra scommessa è fare una musica che abbia le basi per essere "spendibile" nel futuro, non in senso commerciale ma in una prospettiva di evoluzione.
Raiss: Secondo me è proprio il significato di "tradizione" che deve essere analizzato. Tradizione vuol dire "consegna". Noi cerchiamo di passare il fosso del millennio portando come bagaglio quello che è possibile del passato, rielaborandolo. Come è successo con gli indiani in Inghilterra. Se ascolti cose come quelle di Talvin Singh in Anokha, ti accorgi che hanno una comunanza con quello che stiamo facendo noi, una visione che abbraccia passato e contemporaneità. Tutte le musiche tradizionali - come quella indiana o napoletana - hanno come segno comune il retaggio di una civiltà contadina che sta scomparendo. Va scomparendo tra gli "indiani metropolitani" londinesi, che non hanno più relazioni con la loro terra. Anche noi siamo stati sradicati, in senso almeno culturale se non fisico. Eppure, i brani "trance" della tradizione del sud Italia continuano ad avere senso se li riporti alla modernità. Quei pezzi erano una specie di fuga momentanea dalla fatica, dalla pesantezza di essere "incatenati" al lavoro dei campi, a quanto dovevi fare da quando nascevi a quando morivi. Per esempio, le tarantolate del Salento erano la volontà di uscire per una settimana dalla realtà per essere poi ricondotti "terapeuticamente" nella comunità. La comunità stessa si stringeva intorno alla persona "malata" e cercava di "curarla". Queste cose, riportate ad oggi, possono essere paragonate a ciò che avviene in un club, malgrado la dimensione commerciale dell'evento e il biglietto da pagare.
Ci sono momenti di enorme empatia, quando tutti ballano assieme e in pista si scatena un'energia pazzesca. Sarà anche una dimensione commercializzata, reificata nel mercato, ma in quei momenti ti senti davvero un po' più libero.
Gennaro: L'esigenza di uscire dalla condizione quotidiana, usava comunque la musica. Ieri come oggi. Questo, in sintesi, può rappresentare il nostro collegamento con il passato.
Lingo è più figlio di InDubb che di Sanacore, ed è la dimostrazione che voi avete cambiato pelle...
Gennaro: Sono d'accordo. Lingo ha più relazioni con InDubb. Sul fatto di cambiare pelle, secondo me c'è un'intuizione iniziale che, partendo da Anima Migrante, man mano si trasforma. E trasformarsi non significa essere altro da prima, ma sviluppare le idee precedenti e aggiungere cose nuove. InDubb per noi è come un qualsiasi altro disco dub, dove si prende il repertorio passato e si filtra. Un album sostanzialmente strumentale con maggiore enfasi sul suono...
Un sacco di influenze in questo disco: Massive, WordSound, il rap... Lingo è il gergo?
Raiss: Lingo è il gergo in inglese eppure suona come una parola italiana. È stato divertente usare questo titolo... È curioso anche il fatto che gli inglesi la usano con una accezione leggerrnente negativa, quasi dispregiativa. Quando non riescono a capire da dove viene qualcuno dicono: "ma che lingo parla questo qui?". Per il nostro modo di esprimerci è un termine perfetto, perché è proprio quello che un inglese dice quando sente le nostre canzoni.
È un disco pieno di ospiti...
Raiss: Abbiamo lavorato veramente con un sacco di gente. La produzione è nostra, con l'apporto di Sandy Hoover e David White, due dj's inglesi dell'area Nation Records. Loro hanno tirato dentro - come ulteriore aiuto alla produzione - Count Dubulah, che con Neil Sparks e Larry Wheelan era nei Transglobal Underground, un gruppo che ci è sempre piaciuto per come affrontava le melodie mediterranee. Count ci ha aiutati anche con il basso e la chitarra. Grazie a lui è arrivata Julie Higgins, una soul-singer di Birmingham che canta in Gramigna. A proposito, c'è Dave Watts, uno dei rapper dei Fun-Da-Mental. E poi Bill Laswell con i suoi bassi, Pino Daniele coinvolto suo malgrado (risate), Eraldo Bernocchi degli Ashes, Dre Love - altro rapper newyorkese - e c'è l'orchestra d'archi diretta da Tommaso Vittorini con gli arrangiamenti di Paolo e Pasquale Minieri.
Pablo: Mentre Sanacore era nato quasi di getto con Lingo abbiamo avuto tempo, potendo lavorare come si fa con un disco normale, attraverso delle fasi. Pure gli ospiti sono arrivati così... in posti diversi, in situazioni diverse, in periodi diversi. Come un puzzle che si costruisce piano piano. In fase di missaggio il cerchio si è chiuso con i contributi che sono arrivati da tanti angoli del mondo. In Roots, per esempio, ci sono Pino Daniele e Dave, due persone agli antipodi, che sono certo non si incroceranno più.
Il passaggio da una piccola etichetta a una major ha pesato in termini di responsabilità?
Gennaro: Noi siamo sempre state persone responsabili e coscienziose rispetto al nostro pubblico. Se una cosa non ci piace, non esce. Anche alla faccia dei contratti. Dal vivo, per esempio, il fatto che cambiamo continuamente gli arrangiamenti dimostra l'onestà con cui affrontiamo chi ci segue, chi ci ascolta. Una major ti dà solo più mezzi a disposizione ma, dal punto di vista artistico, per noi non è cambiato nulla. Non abbiamo avuto alcun tipo di pressioni.
Il meticciato è la vostra caratteristica non solo nei suoni ma anche nelle liriche. La scrittura di Lingo è più semplificata rispetto al passato...
Raiss: Sì, i testi sono più semplici, più diretti. Gramigna per esempio, è un pezzo sull'insofferenza. Sai quando ti svegli la mattina e dici "oggi non mi rompete, lasciatemi stare, voglio buttare sottosopra quello che non mi piace"? Ecco, così. Storie quotidiane, poco arzigogolate.
Sei partito da te, più che dal collettivo.
Raiss: Esatto. In Roots dico: "Ho girato mille città senza mai fermarmi. A Londra, in Francia, in Spagna, in Tunisia sto a casa mia. Sono nato vicino a un porto, ho visto gente che andava e veniva, per denaro, amore, curiosità, per scappare dalla guerra e non farsi trovare, senza nome e senza età, se mi vuoi ho trovato casa mia dove sei tu". E questo mi sembra proprio il manifesto di Almamegretta. Black Athena prende invece ispirazione da un libro di Martin Bernal che in italiano è stato tradotto Atena nera. Bernal ipotizza una serie di cose in maniera anche molto azzardata ma assolutamente affascinante. La civiltà classica è stata considerata dagli storiografi tedeschi dell'800 come il parto unico della migrazione indo-europea che distrugge tutto ció che trova, si installa nel Mediterraneo e fonda la Grecia classica. Lui dice che questa è una cazzata: la Grecia, secondo Bernal, è la risultante di un grosso meticciato, cioè è il frutto di una civiltà che i costruisce sul substrato egizio e nubiano, quindi africano al 100%. C'è poi una seconda sovrapposizione fenicia, quindi araba. Infine ci sono gli indoeuropei arrivati dal Caucaso. La Grecia, ovvero l'origine della civiltà occidentale, proviene da tutto questo. C'è una grande volontà di decentramento da parte di Bernal, un enorme desiderio di affrancarsi dai modelli monoculturali. Il mondo è figlio di eterne migrazioni. Il testo non è affrontato in maniera accademica. Anch'io nella canzone faccio finta di essere un nero, il che è improbabile. Voglio dire che non è un manifesto delle Black Panthers però cerca di chiarire questa cosa con un po' di ironia e un po' di serietà. Black Athena secondo noi, e un pezzo ben riuscito: è fruibile, ma è anche forte in termini politici. Dal punto di vista dei suoni ci siamo riferiti all'hip hop prima maniera. Ora c’è un grande ritorno a quel tipo di musica, al big-beat degli anni '80, un po' electro, rap old-school.
Con Lingo mirate ad acquisire anche il pubblico estero ma senza snaturare il vostro essere underground. Perché Almamegretta è un gruppo underground, non fa concessioni, non semplifica l'ascolto.
Raiss: È vero, ma questo è un discorso molto italiano. Secondo me noi abbiamo fatto un disco che, se fosse uscito in Inghilterra, sarebbe stato considerato come un album pop. Perché sono canzoni. Poi il suono è contemporaneo, europeo... ma sono canzoni. Il problema è che stiamo in Italia...
Gennaro: Dall'inizio della nostra storia abbiamo sempre guardato al mercato straniero. I nostri riferimenti sono fuori dall'Italia, i nostri ascolti - a parte le cose più tradizionali - arrivano da Inghilterra e America. Soprattutto da Londra che è ormai la culla del meltingpot.
In Lingo vi confrontate anche con una sorta di misticismo interiore. En-Sof affronta il tema della religione.
Raiss: Sì, En-Sof è proprio quello che dici: una canzone religiosa. Per provenienza culturale abbiamo sempre accantonato l'idea di realizzare un brano che parlasse di Dio. Ma la relazione col divino, dentro di me, esiste. E io l'ho espressa a modo mio. En-Sof è una pezzo nato, ancora una volta, dopo la lettura di un libro di Anna Arent. A suo dire En-Sof è l'ultimo numero della Qabbalah ebraica. È il nulla e quindi il tutto, l'assoluto. Il nulla è ciò che è più immenso del tutto. L'alfa e l'omega, l'unità del molteplice... Per noi, se di Dio si vuole parlare, questo è: En-Sof, una cosa estesa e immensa. La Arent scrive che c'erano dei mistici ebrei che pur senza essere sionisti si spostavano in Palestina. Per loro Dio non è separato dalla creazione, bensì tutta la creazione e emanazione di Dio. Quindi noi siamo Dio, siamo come le foglie di un albero unico. Questa visione panteistica della realtà ci piace. Anche nella musica ci sono delle esigenze spirituali. Non voglio chiamarla elevazione ma, delle volte, quando suoni la tua coscienza si espande. Ti senti un tutt'uno con l'ambiente, entri in empatia con chi ti sta accanto.
Un po' quello che mi raccontavi è successo durante le registrazioni di Corpus degli Ashes. Ricordi? Mi hai detto che suonare con Laswell e Bernocchi è stata un'esperienza, in alcuni momenti, quasi da trance. Perché Laswell è un po' sciamanico...
Raiss: È sciamanico e anche cazzaro. Quando lo conosci ti accorgi che è una persona che non se la tira affatto. Ora il "mitico" Greenpoint di Brooklyn non esiste più perché l'affitto era troppo caro. Si è spostato nel New Jersey all'Orange Sound Studio dove abbiamo registrato parte di Lingo. È uno studio vecchio, tipico degli anni '70, con una sala immensa in legno. Bill ha comprato un banco nuovo e mo' sta là.
Avete fatto un video?
Raiss: Abbiamo girato un reportage a New York e a Londra, con la regia di Paolo Scarfò. Lui ci ha accompagnato in giro con la telecamera e devo dire che è stato anche coraggioso, perché East Orange non è il posto più tranquillo del mondo, è proprio un ghetto pesante. Un giorno, andando via dallo studio, Bill ci ha indicato quale autobus prendere per tornare indietro. Noi siamo saliti su un altro e siamo entrati in East Orange, Paolo aveva la telecamera... Tirarla fuori in quel momento è stata la cosa meno indicata... "Ecco i turisti che riprendono, mo’ cii 'ffacimm" (risate)... Sai, è facile entrare nella loro mentalità, malgrado loro pensino il contrario... io lo so bene come funziona, perche venendo da Napoli... (risate) Però, devo dire, è andata bene. Ci siamo pure incazzati con il regista: "Scarfò, mo’ hai cacciato 'sta telecamera, mo’ ce fai fà accaddinn…, invece siamo usciti senza correre troppi rischi. Il reportage è girato in studio con Bill e in giro per la città. Con Paolo abbiamo fatto anche il video di Black Athena che vedrete prestissimo, il reportage invece dobbiamo ancora montarlo.
Gennaro: Anche il video comunque ha un elemento ironico, molto divertente. Dopo la questione dell'origine della civiltà, Athena nera e via discorrendo, irrompe una gang di giapponesi a sostenere che Athena era gialla...
Raiss: E noi rimaniamo con le facce così, come a dire, “mamma mia, un altro problema...”
Gennaro: Alla fine, quello che ci interessa è proprio il capovolgimento delle tesi che considerano l'origine della civiltà come frutto delle culture europea e occidentale. Una tesi che ha giustificato una serie di cose che non ci piacciono.
Raiss: Quello che vorremmo neutralizzare è proprio il senso di appartenenza. New York è un posto fantastico perche tu cammini per strada e sei circondato da gente di tutte le razze. Ci siamo sentiti a casa nostra.
Drum'n'bass come pop del 2000. Si sta diffondendo con una velocità esponenziale. Secondo voi è solo una moda ternporanea o un genere che si svilupperà anche in futuro?
Raiss: Il drum'n'bass è figlio diretto dell'hip-hop e secondo me è destinato a durare. Come l’house music quando è uscita fuori. Apparentemente non c'era nulla di nuovo, con il beat soul anni '60, cassa in 4 con l'open in levare...
Rispetto a Sanacore, la possibilità che da Lingo vengano ricavati dei remix in grado di infiammare i dance-floors di tendenza sembra molto plausibile...
Raiss: Infatti Lingo si presta all'idea di remix e ne faremo sicuramente...
Pablo: Io penso che si tratti proprio di un'angolazione d'ascolto, perché magari per altri versi, Sanacore era un lavoro anche più difficile, ricco di microriferimenti... Inseguivamo un progetto più chiuso, stretto, riferito a un giro ben preciso, quello della On-U Sound di Sherwood, mentre in Lingo c'è grande varietà. Ripeto, dipende dalle angolazioni d'ascolto. Se segui il dub, il reggae, Sanacore è il disco più naturale del mondo, se accendi la radio per tre ore ritroverai molte più ritmiche riferibili a Lingo piuttosto che a Sanacore.
Raiss: Sai qual’è una chiave di lettura possibile? Il modo in cui noi facciamo le cose... Sanacore è un tributo ad una musica dalla quale tutti hanno preso ispirazione oggi. Senza il dub, non esisterebbero né il d'n'b né l'hip-hop moderno. Se ascolti la versione strumentale di un pezzo dei Congos prodotta e remixata da Lee Scratch Perry nel '77, ti accorgerai che è un pezzo techno. C'è il beat costante della cassa, gli effetti... Sanacore è l'omaggio alla danzabilità del dub. Per noi è importante che la gente balli ai nostri concerti, o che comunque muova il corpo ad un ritmo diverso da quello imposto dal lavoro. La "dance" ci ha sempre interessato. Ieri abbiamo esplorato un certo tipo di musica che affonda le proprie radici nella lezione del passato, oggi cerchiamo di andare avanti inserendo in Lingo tutte le cose che ci piacciono: hip-hop, drum'n'bass, house, elettronica, oriente, nord Africa.
Come convivete col successo?
Raiss: La popolarità cambia la vita e cambia anche la maniera di percepire se stessi, il che è anche molto pericoloso: a) per quello che scrivi, b) per quello che sei. È molto facile, se fai dei dischi che non sono brutti e che vendono, se hai dei fans, staccarsi dalla vita normale e circondarsi di gente che ti adula, una corte dei miracoli... Gente che non t'ha mai pensato fino a quando non sei diventato famoso e che poi si rivende come tuo amico.
Qual’è allora la bussola, la coordinata per non perdersi?
Raiss: È tenere i piedi per terra. Secondo me, una grossa qualità - forse un fatto di carattere - è essere un p0' timidi, ipercritici verso se stessi. "Sei molto bravo" ti dicono, tu rispondi "grazie" ma dentro di te pensi "vabbè". È sempre meglio essere rigorosi rispetto a quello che si fa. Su Lingo noi ci abbiamo lavorato un anno e due mesi non a caso... Apri, riapri, cambia, taglia, aggiungi, modifica... Mo’ so' sicuro che se potessimo, lo riapriremmo pure...

Aggiornato Giovedì, 10 Febbraio 2000