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Almamegretta

Almamegretta: Anime dub in tour

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  Data: ottobre 2001
Giornale: Strumenti musicali
di Claudio Chianura

Sotto un cielo a cui guardare con sospetto, dopo che già un forte temporale ha sancito la fine dell'estate, il 31 agosto alle porte di Milano, non saprei dire quanti altri musicisti sarebbero stati in grado di scaldare un pubblico così intirizzito dall'attesa e dall'umidità. Ma dopo pochi minuti gli Almamegretta hanno compiuto il miracolo. Non serve ringraziare San Gennaro e neppure il distante fuoco vesuviano: qui a Gorgonzola le parole di Raiss arrivano forse prima in inglese che in napoletano, e ciò che scalda davvero sono la forza e la pulsione della musica.


Comparando mentalmente questo concerto all’incolore set di Talvin Singh, visto a Bollate qualche settimana prima, dopo gli ultimi bis ci infiliamo in una vettura dai finestrini appannati, parcheggiata sul prato dietro il palco, a scambiare qualche battuta con D.RaD (elettroniche) e Gennaro t. (batteria), che insieme a Raiss costituiscono il nucleo storico degli Almamegretta, accompagnati in questo tour dalla chitarra e dal basso eccellenti di Fefo e Ash.
Possiamo fare il punto di questo tour estivo, seguito alla realizzazione di Imaginaria?
Gennaro t.: Il tour di quest'anno è andato davvero bene, in tutte le date. E il pubblico ha dimostrato di non essere mai sazio richiedendo molti bis a fine concerto. C’è sempre stato uno scambio tra noi e gli spettatori davvero molto positivo.
D.RaD: Lo scorso anno facevamo uno spettacolo diviso in due parti: una più dedicata alle canzoni e una più centrata sulla musica dance. Quest'anno abbiamo scelto di arrangiare tutti i pezzi in modo più omogeneo: una miscela dub con delle cose techno molto dure, che il pubblico apprezza come un riferimento al reggae a cui era già abituato. C'è stata una risposta più continua del pubblico, con meno cambi di tensione.
Gennaro t.: Ci sono momenti di grande partecipazione, in cui tutti ballano. Ed è qualcosa che dal palco fa molto piacere vedere.
D.RaD: Forse quest’anno c'è anche una scaletta più furba, in un certo senso. Una scaletta spesso modificata, attraverso piccole variazioni suggerite dalla reazione del pubblico. Ma a tour avanzato la sequenza dei brani diviene fissa e non ha più senso cambiarla.
Dunque l'elemento dance è diventato ormai fondamentale nella nuova musica? È questo l'aspetto che ha avuto il sopravvento su tutto il resto?
D.RaD: A un certo punto ci sono elementi che entrano a far parte della tua tavolozza di colori. Soprattutto per musicisti come noi che utilizzano materiali diversi ed eterogenei, provenienti da tante musiche differenti. La dance, come anche un certo tipo di elettronica, sono ormai ben consolidate e hanno prodotto musiche di ottima qualità, come anche di pessima naturalmente. Questo però accade in tutti i generi: anche nel metal ci sono ottimi gruppi, ma anche produzioni davvero schifose.
Gennaro t.: Ultimamente ci sono state ottime produzioni di musica dance, mentre altre musiche hanno avuto sviluppi meno interessanti.
Prima che il vostro concerto avesse inizio venivano diffuse musiche più d'ascolto, brani dei Pink Floyd come "Careful with that Axe, Eugene"...
D.RaD: Ci piace mettere musiche degli anni Sessanta, del periodo psichedelico, che a me sembrano riallacciabili anche al dub...
Gennaro t.: Il nostro ultimo disco risente molto di quel tipo di musica, anche se i suoni sono da noi riattualizzati, senza alcuna nostalgia.
La formazione originariamente di cinque elementi e oggi ridotta a tre, per tornare a cinque sul palco...
Gennaro t.: Ma anche bassista e chitarrista collaborano con noi già dalla tournée precedente e pure in studio hanno dato un forte contributo.
D.RaD: Soprattutto Ash, perché c'è anche un rapporto di grande amicizia. Se l'aspetto più autoriale nasce da noi tre, il risultato finale è dovuto alla collaborazione di tutti.
Non vi preoccupa che questa convergenza musicale tra Dj, dance, techno produca qualche rischio di omologazione nella musica attuale? Penso a Talvin Singh, ad Asian Dub Foundation e a voi, che pure tanto geograficamente distanti fate una musica con molti aspetti in comune.
Gennaro t.: A parte l'elemento di base, che è il dub, credo che poi ogni formazione utilizzi riferimenti diversi: loro quelli della tradizione indo-pakistana, noi di quella napoletana e mediterranea. È l'elemento di modernità che ci avvicina, quello temporale. Mentre quello geografico segna maggiori differenze.
D.RaD: Personalmente ho proprio iniziato con la dance, e come tanti altri mi sono interessato al dub, all'electro, alla tecno... Tutto questo con molta naturalezza. Questo è certamente il nostro terreno comune.
Gennaro t.: Il rischio dell'omologazione c'è sempre stato anche nel rock. Ma è la personalità dei musicisti che deve caratterizzare ciò che nasce da una matrice comune. In questo senso il nostro impegno è proprio all'opposto dell'omologazione.
In una precedente intervista Jah Wobble definiva il dub come lo spazio tra i suoni. Qual è la vostra definizione?
D.RaD: Ci possono essere molte definizioni. Per me è la scarnificazione di una base preesistente. Puoi fare musica anche con una sola pista di segnale, con un unico suono di sintetizzatore...
C'è una lavoro molto interessante sulla voce di Raiss che viene svolto da te Stefano, sul palco durante il concerto. Vuoi spiegarci come avviene?
D.RaD: Usiamo uno splitter che porta al mio mixer sul palco gran parte dei canali. Io restituisco solamente gli effetti separati senza più il segnale diretto. Insomma metto gil effetti, delay, distorsore, fase... e il mio strumento è il mixer. Gioco con queste catene. Poi ho dei campionatori in aux input, così da poter registrare la voce o un altro strumento, e riprodurre il risultato in tempo reale. Campiono un suono vocale e lo rielaboro. Accendo e spengo il delay. Uso Pro Tools su cui ho delle basi a volte vincolanti altre volte no. Apro e chiudo i canali improvvisando, oppure seguo una stesura già prevista. Oltre alle tracce sul computer, che rappresentano la parte virtuale del concerto, ci sono gli effetti e il mio computer portatile che uso come fosse un campionatore pilotato dalla tastiera del computer stesso. Ho un set Electrix di effetti che uso perché è su mandate aperte e ha gli engage pronti molto comodi: vocoder, phase, flanger... Poi ho un Ensoniq DP2, un D.two della TC Electronics con cui imposto tutti i delay tramite la funzione tap e due control voltage da 0 a 5 volt per controllare i parametri del DP2: wah wah, tempi di delay, riverberi... Generalmente tengo i parametrici a manetta, tanto per me è sempre un ritorno, limitatissimo e controllatissimo, posso fare anche feedback, mettendo il delay sulla voce e poi riaprendo la mandata del delay. A seconda delle equalizzazioni ottengo vari suoni. Credo che si tratti di un lavoro originale, molto diverso da chi usa lo scratch o per esempio da Prodigy e Chemical Bros, che fanno largo uso di sequencer.
Hai sempre lavorato con il gruppo in questo modo?
D.RaD: All'inizio, sette o otto anni fa, mettevo gli effetti dalla sala e usavo anche qualche tastiera: triggeravo il charleston con un minimoog e altre cose più complicate. Poi abbiamo deciso che con questa formula dello splitter potevo anche stare sul palco. Ovviamente occorre che il fonico sappia valutare la giusta miscela tra i suoni degli altri strumentisti e quelli che produco io. Il mio ascolto sul palco non è uguale a quello di sala, e quindi il fonico deve curarsi di calibrare certi suoni che possono risultare troppo saturi. Allo stesso modo, mentre inizialmente tendo a sperimentare un po’, pian piano le mie esecuzioni si attestano su catene standard di effetti e quindi tutto procede più tranquillamente.
Quali sono le parti preregistrate e quanta libertà è lasciata ai musicisti sul palco?
D.RaD: È sempre possibile una buona dose di improvvisazione sul palco, anche se diversa per i differenti strumenti. Le parti preesistenti sono divise in famiglie: le ritmiche, gli strumenti vari, gli extra (coro, tastiere), un canale guida per il vocoder e il click per il batterista. Inoltre col tempo abbiamo imparato anche a differenziare di più i suoni, perché non si sovrappongano quelli preregistrati a quelli suonati sul palco. La gamma di frequenze della batteria, per esempio, si trova tra medio alte e medio basse, abbastanza compressa. Infatti usiamo un set più piccolo Ludwig, con una piccola cassa da 18" e teniamo i suoni da computer bucati al centro perche ci sia spazio da riempire con la batteria acustica. E poi non usiamo un semplice click, ma un loop che contenga anche il mood del pezzo che stiamo suonando. Anche il cantante e il bassista usano gli in-ear monitor, perché in alcuni pezzi restano da soli, ed è bello usare qualche piccolo trucco per meravigliare chi ascolta. Si capisce come avviene, ma è comunque un elemento ulteriore di ricchezza. Io uso invece monitor tradizionali.
Gennaro t.: Naturalmente la resa acustica degli spazi dove suoniamo cambia parecchio. Un conto è suonare all'aperto e un altro quando siamo nei club.
D.RaD: Teniamo molto al nostro impianto, un Martin V 8 compact, che è un vero e proprio vanto. Anche se spendiamo un po’ più del normale, la sua qualità ci ripaga nell'interazione col pubblico.
Pensate di tornare presto in studio, vista la vostra costanza nella produzione discografica?
D.RaD: Abbiamo prodotto subito Imaginaria perché si trattava di una specie di continuazione del lavoro precedente, come un approfondimento. E si è trattato anche del nostro ultimo disco con la BMG, essendo scaduto il contratto. Personalmente voglio produrre un mio disco solista coinvolgendo altri artisti che stimo, come Meg dei 99 Posse, Cristina Donà, Mauro Pagani, il batterista dei Verdena... E tornare in studio come Almamegretta con un po' più di calma.
È un momento molto positivo per i gruppi e gli artisti italiani in genere, rispetto a una decina di anni fa.
Gennaro t.: Qualcosa è cambiato, ma deve cambiare ancora molto altro. Il mercato discografico continua a rappresentare un serio problema. C'è un pubblico ma le vendite dei dischi non corrispondono all'interesse dimostrato durante i concerti. E pensiamo che anche in futuro gli spettacoli renderanno molto più della discografia. Il disco servirà a testimoniare e promuovere il lavoro di noi musicisti, in modo da stimolare l'organizzazione degli spettacoli. Il pubblico vuole forse comprare meno dischi, ma agli spettacoli ci va volentieri.
D'altra parte sono pochi i concerti in grado di ripagarsi coi soli biglietti d'ingresso. Se non ci fossero gli aiuti delle amministrazioni pubbliche ci sarebbero ben pochi spettacoli a cui assistere.
Gennaro t.: Eppure i settori assistiti dal finanziamento pubblico sono ben altri: cinema, teatro... L'organizzazione dei concerti è ben piccola cosa al confronto. E comunque si stanno aprendo molti spazi privati, piccoli e medi, dove poter assistere a concerti interessanti. Crediamo che questo sia un elemento molto positivo.

Aggiornato Sabato, 10 Settembre 2005
 

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