Noi, figli di Annibale

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Data: 2 febbraio 1994
Giornale: Frigidaire
di Stefano Milioni

Provengono tutti dai quartieri spagnoli o da altre zone del ventre di Napoli. Hanno letto Malcom X e adorato Miles Davis, ammirano Pino Daniele, ma cercano una loro strada per la parola e il ritmo e suonano il "dub". Ecco gli Almamegretta, le "anime migranti" raccontati al nostro Stefano Milioni dalla loro voce solista Raiss, un testone da grande mongolo, pieno di idee e di volontà. Una testimonianza "combattente" a sud di nessun nord.


Fa un freddo al limite del delirio al Villagglo Globale, ex Mattatoio di Testaccio.
È una cosa molto poco mediterranea che a noi, figli di Annibale come è vero che siamo, non piace assolutamente e ci fa soffrire assai. Ho appuntamento alle 18 con gli Almamegretta, la band napoletana più funk e psichedelica del momento. La loro "Figli di Annibale", trascinante e tagliente ballata sulla nostra diretta discendenza dal "grande generale nero", è sulla buona strada per diventare una sorta di piccolo incubo per Bossi e, comunque, per ogni razzista doc. Verso le 22 saliranno sul palco del piccolo teatro tenda montato nel vasto piazzale del villaggio. Ci sarà da divertirsi, c'è da scommettere. Gli Almamegretta sono soliti offrire concerti di rara intensità, dionisiaci si potrebbe dire, caratterizzati, contemporaneamente, da un notevole senso della misura, dote non comune per una band giovane e battagliera.
Arrivano con qualche minuto di ritardo. Saluto Raiss, straordinario cantante del gruppo e, per ripararci dal freddo, decidiamo con lui di andare a parlare nel furgone con il quale sono arrivati. Ci sistemiamo nei sedili davanti e, molto rilassati, partiamo lentamente per un viaggio mentale ad occhi aperti e attenti, a sud di nessun nord.

VENIAMO DAI QUARTIERI

SM.: Si sente che le vostre canzoni provengono direttamente da una certa realtà, ad esempio il pezzo O bbuono e 'o malamente. Vuoi parlarmi di questa realtà da cui venite tu e il resto della band?
Raiss: Noi proveniamo tutti quanti dal centro storico di Napoli, quello dei Quartieri, dove ancora vivo e abito. Gli altri del gruppo sono di altri quartieri popolari, ma sempre là attorno. Diciamo che, rispetto ad altri, siamo state delle persone un poco più fortunate.
SM.: In che senso dici fortunate?
Raiss: Nel senso che abbiamo tutti quanti studiato e abbiamo quella che viene chiamata istruzione "superiore".
Questo ci ha permesso di poter analizzare la realtà in cui siamo vissuti in maniera più cosciente e distaccata. È chiaro che certi valori ti appartengono comunque, sono cose con cui hai vissuto, con cui vivi e che ti si sono un pò appiccicate addosso. La cosa bella e importante, però, è che se riesci ad astrarti da questa realtà, riesci a parlarne in un modo forse più obiettivo, e magari vengono fuori delle cose come ‘O bbuono e 'o malamente.

FAME E CAMORRA

SM.: Che a me fa venire in mente quella frase che cita Ronald Laing ne La politica dell'esperienza: "Gli uomini non divengono ció che la natura li ha destinati ad essere, ma ciò che la società fa di loro..."
Raiss: Certo. Vedi, tutti quanti parlano di "rivolta morale" e sono tutti lì a dire "Sono contro la camorra". Ma come fai a volere la "rivolta morale" se la gente è ridotta alla fame? Intendiamoci, vendere eroina e cocaina non è certo una cosa bella e edificante, ed è chiaro che anch'io sono contro la camorra. Ma so benissimo, nello stesso tempo, che la camorra è un problema molto ampio e che ha moltissime sfaccettature.
S.M.: Ad esempio?
Raiss: Prendi ad esempio un ragazzetto di diciotto anni che vede i suoi coetanei con i miliardi. Lui non ha una lira in tasca e non ha nessuna opportunità. Vuoi che rinunci a portare dell'eroina da un quartiere all'altro, con rischio zero, per cinquecentomila lire? Se non hai un soldo, lo fai. E, quindi, non sono genericamente contro la camorra o la mafia, ma contro le condizioni generali che le fanno nascere. E, per tornare a 'O bbuono e 'o malamente, è chiaro che il senso della canzone vuole essere provocatorio, tra l'altro questa è una canzone che io ho scritto ispirandomi ad un fatto che è accaduto realmente. Il cognato di un mio amico era uno che vendeva la coca, ed è stato ammazzato da un clan rivale, non so se per uno sgarro o per vendetta.

AVEVA RAGIONE MALCOLM X

S.M.: E come è nata "Figli di Annibale"?
Raiss: Quella canzone nasce dalle mie letture di scrittori afroamericani, e in modo particolare dal principe dei politici afroamericani, vale a dire Malcolm X. C'è un discorso che lui fa, all'indomani di certi scontri avvenuti a Brooklyn fra neri e italiani in cui dice che quello non era uno scontro razziale, ma semplicemente uno scontro fra gente poverissima. E in questo discorso Malcolm X a un certo punto dice all'incirca: "Stiano molto attenti gli italiani quando parlano con me a chiamarmi nonno, perché io sono uno dei loro antenati diretti. Loro sono figli di Annibale, avete visto come sono scuri? E l'unica paura che hanno è di essere chiamati negri". Quando ho letto questa cosa ho avuto l'idea di riadattarla e di metterla su una base dub.
S.M.: Cosa significa per voi dub?
Raiss: Il dub lo suoniamo da quando siamo nati come gruppo. Noi siamo sempre stati appassionati di reggae, però nella sua forma più psichedelica. Ecco, il dub è un modo di concepire la musica fondamentalmente psichedelico, onirico, ed è qualcosa che ha influenzato molto quello che noi suoniamo.
S.M.: E il progetto Almamegretta quando e come è nato? E da dove nasce il nome?
Raiss: Siamo nati due anni fa, anche se prendiamo le mosse da un gruppo che già esisteva prima. In effetti di quel gruppo abbiamo conservato soltanto il nome. Io non ne facevo parte, ne facevano parte Rashid, il batterista, e Orbital, il chitarrista. Poi quel gruppo è finito e sono rimasti Rashid e Orbital con la voglia di suonare e di proporre più o meno le cose che facciamo adesso. Hanno incontrato me e Pablo, il tastierista, poi si è unito Crucial al basso, ci siamo messi assieme, e abbiamo tirato fuori queste cose, che abbiamo raccolto nel disco Animamigrante.
Il nome Almamegretta lo abbiamo trovato su un libro di italiano, e significa proprio anima migrante. È un italiano antico, latino maccheronico, una cosa del genere. È un nome che ci piaceva molto. E poi non sembrava né italiano, né spagnolo, né niente.
S.M.: Ed è stato difficile riuscire a proporre le vostre cose?
Raiss: Sai, noi facciamo reggae e dub da un bel po' di tempo, ed è una cosa che ci piace molto. Proporre quello che suoniamo adesso un po' di tempo fa poteva risultare piuttosto difficile. Poi sono nate le posse e noi ci siamo ritrovati in un discorso che è diverso da quello delle posse, ma che, come dire, corre parallelo.
S.M.: Perché dici diverso? In cosa differisce?
Raiss: Soprattutto per quel che riguarda certe atmosfere. Noi puntiamo molto alla musica. Naturalmente, anche a quello che diciamo, ma per noi il discorso musicale è fondamentale.

LA MILITANZA

S.M.: In effetti mi sembra che la vostra sia più una proposta, come dire, sociale che strettamente politica. In questo differite, ad esempio, dai 99 Posse.
Raiss: Sai, i 99 Posse sono proprio la voce del Centro Sociale Officina 99. Noi siamo un gruppo che, sicuramente, va in giro per situazioni militanti, dando il nostro appoggio a varie iniziative. La presentazione di Animamigrante l'abbiamo fatta a Officina 99, a Napoli, a sostegno della radio che lì si dovrà fare. Voglio dire, c’è un impegno, da parte nostra, e aderiamo al movimento dei centri sociali, che a noi piace ed interessa.
S.M.: Ma voi provenite direttamente dall’esperienza dei centri sociali?
Raiss: Io personalmente sì, voglio dire, è stata una delle mie esperienze. Però non è quella principale. Per cui noi non ci possiamo definire voce di un Centro Sociale.
S.M.: Non credi che il rischio dei Centri Sociali sia quello, in un certo modo, di auto-rinchiudersi in un ghetto?
Raiss: A volte succede. Ti costruisci un bellissimo microcosmo, che è sempre e solo un microcosmo. E quando esci da questo tuo piccolo mondo, ti aspetti una realtà completamente diversa, e schizzi, ti incazzi per la minima cosa, perché era una cosa che non eri abituato a vivere, a vedere. Ed è per questo che noi abbiamo deciso di essere quanto più trasversali è possibile. Di non "appartenere".
Vedi il non "appartenere", anche in senso pù strettamente musicale, lo riteniamo fondamentale. Cercare di "sgusciare via". Ma non ne voglio parlare troppo, altrimenti comincio ad appartenere a quelli che non appartengono, e nemmeno questo mi va.

INFLUENZE DIVERSE

S.M.: Aldilà del dub, ascoltandovi, vengono alla mente le influenze più diverse. Da Khaled, al Davis di certi dischi, agli Area.
Raiss: Sì, certo. Considera che uno dei miei dischi preferiti e di quelli di Pablo, il tastierista che è anche il compositore della maggior parte delle nostre musiche, è Bitches brew, che appartiene al periodo più psichedelico di Miles.
Gli Area me li sono ascoltati moltissimo. Se ci pensi è stato proprio Demetrio Stratos a fare una delle prime cose rap in Italia con La mela di Odessa. Se ci fai caso è fatta sulla falsariga dei pezzi funk parlati americani, tipo James Brown. Non so cosa avesse lui in mente in quel momento, ma si sente che di musica nera se ne è sentita proprio a tonnellate. E poi, naturalmente, c'è tutta l'influenza della musica nordafricana, che ci piace molto. Anche perché se ascolti certe canzoni napoletane, certe armonie, sono né più né meno, quelle del mediterraneo.
S.M.: Si avverte nelle vostre canzoni un grande rispetto o, comunque una rivalutazione di certi aspetti della musica popolare napoletana.
Raiss: C’è un rispetto per la tradizione, purchè questa tradizione sia quanto più imbastardita possibile. A noi, in effetti, l'aspetto tradizionale puro e semplice della napoletana, non ci interessa assolutamente, anzi lo consideriamo un discorso reazionario. Ci sono, naturalmente, delle grandi eccezioni, come ad esmpio 'E Zezi di Pomigliano d'Arco o la NCCP, però riproporre la tradizione pura e semplice, oggi come oggi, ci sembra qualcosa di nostalgico, il rimpianto di qualcosa che esisteva in una società passata, e che oggi non c'è più. E questo ci sembra un passo indietro. Il passo avanti ci sembra, invece, recuperare queste cose, che sono comunque annullate, cancellate da un nuovo sistema.
Si tratta, in un certo senso, di sfruttare quello che il capitalismo ha fatto di buono, vale a dire, mettere una accanto all'altra delle persone apparentemente diverse per razza e cultura. Voglio dire, questo sistema ha due facce: una cattiva, che è quella dell'alienazione e l'altra che è cattiva lo stesso, perché se il senegalese o l'algerino stanno qui in Italia è perché c'è un sistema economico che gli ha fatto fare la fame. Resta il fatto che abbiamo avuto la grande occasione di poterli incontrare. E questo è, in ogni caso, un fatto positivo e nuovo. Voglio dire, quindi: tradizione sì, così come recupero di cose che sono state completamente annullate dal sisterna in cui viviamo, unite, però, alle cose che questo sistema ci ha portato, vale a dire le persone che stanno qua, altre culture. Ed è quello che cerchiamo di fare con la nostra musica.

NERI A META’

S.M.: E come vi ponete rispetto a Pino Daniele?
Raiss: Pino Daniele è uno che io rispetto. Lui ha fatto questa operazione negli anni settanta, ottanta, con quella specie di jazz/rock messo accanto a delle cose napoletane. Ha fatto la storia della musica napoletana. A me, comunque, il disco suo che è piaciuto di più è stato “Nero a metà”, che lui ha fatto poco prima del terremoto. Era, fra l’altro, un periodo di grandissimo fermento a Napoli.
S .M.: Adesso com'è la situazione a Napoli?
Raiss: Anche adesso è buona. Ci sono varie cose che si muovono. Noi stiamo andando avanti, ci sono i 99 Posse che sono un gruppo che si fa sentire bene, ci sono gruppi della vecchia guardia napoletana che si sono proprio ridefiniti, tipo i Bisca, poi ‘E Zezi di Pomigliano d'Arco che è un gruppo che viene dalle fabbriche della zona vesuviana di Napoli, e sono tutti operai.

LE ATTESE DI NAPOLI

S.M.: A parte lo "scampato pericolo" Mussolini, come è cambiata Napoli?
Raiss: In peggio. 0, meglio, non ci sono stati grandi miglioramenti. Zone degradate, quartieri degradati. I problemi di Napoli sono sempre quelli. La camorra ha sempre il dominio della città, un dominio che oggi è forse un poco più velato. Diciamo che siamo in attesa. C'è stato uno scossone, come del resto in tutta Italia. Si sono fermati tutti i lavori che stavano facendo nella cintura della ex zona industriale. Stavano facendo dei lavori di ammodernamento, c'erano in gioco appalti per miliardi, e ora è tutto fermo, perché chi li doveva fare erano società vicine a Cirino Pomicino, ed ora sono tutti inquisiti. Gli equilibri, comunque, si vanno ridefinendo e, tutto sommato, ci sono segnali di speranza.
In questi momenti, poi, in queste occasioni il popolo napoletano, dico il sottoproletariato, si è sempre saputo orientare. Il fatto, comunque, che non sia stata eletta la Mussolini è una cosa sicuramente positiva. Aspetteremo Bassolino, vedremo cosa farà.

LA MUSICA È IMPORTANTE

S.M.: E la musica per te cosa rappresenta?
Raiss: Ma, vedi, non sarà la musica a cambiare il mondo. Però ti dà l’opportunità di esprimerti e, nello stesso tempo, di dire qualcosa agli altri e non è poco. L’importante è cercare di essere veri. Secondo me, in Italia, si è sempre proceduto seguendo dei modelli, dei prestampati. C'era chi imitava questo e chi imitava quello, chi imitava Springsteen e chi dei gruppi italiani. E poi è successo qualcosa negli ultimi 3, 4 anni. E questo è un grande merito del movimento Hip Hop italiano. C'è stata la capacità di voler raccontare delle cose, magari all'inizio in maniera completamente inartistica, anche brutte, se vuoi.
Vedevi questi che parlavano su una base ritmica, non c'era un briciolo di stile...
S.M.: Ma c'era la voglia di dire delle cose.
Raiss: Certo. La voglia di raccontare delle storie proprie, senza dire: "Ok, Springsteen fa I'm on fire, adesso faccio il pezzo tipo quello. No. Ognuno ha cominciato veramente a parlare dei fatti suoi, delle sue cose più personali e vere, voglio dire. E a confrontarsi con quello che accade intorno, nel mondo e nella musica. Nel prossimo disco che faremo, ad esempio, noi useremo degli elementi presi dalla techno, di cui ci interessano proprio gli elementi più ossessivi. Perché, in fondo, un discorso che ci piacerebbe approfondire è quello sul tempo, su un suo possibile recupero. E il dub, quello che suoniamo, rappresenta in un certo modo, questo tentativo. L'ossessività, il fatto che la musica diventi ipnotica, e sembra quasi che non abbia tempo, non è altro che la ricerca di una scansione del tempo diversa da quella nevrotica e disgregante della quotidianità, e che proceda, in definitiva, secondo un divenire più vicino alla natura dell'uomo.

Aggiornato Sabato, 30 Luglio 2005