L’«animamigrante» nel dub vulcanico dei figli di Annibale

Stampa
Giornale: Il Manifesto
di Marco Boccitto




Napoli due punti a capo. Punto esclamativo. Animamigrante è il disco che gli Almamegretta stanno cominciando a portare in giro nei teatri e nei centri sociali italiani. Dal campo base napoletano, dell'Officina99 al Palladium di Roma, il caldo che fa ha radici diverse. Ma Animamigrante è attesissimo ovunque, perché ferma in tredici fotogrammi suonanti uno scorcio incoraggiante di musica. Quella che è riuscita a scuotere da un torpore epocale entusiasmi diffusi, materializzando i più lusinghieri rumori di fondo già intorno alle quattro canzoni anticipate da Figli di Annibale, il mini-cd di pochi mesi fa.
È la dub-poetry napoletana che chiede attenzione, istinti mediterranei, black music senza frontiere e testi adesivi da appiccicare alle ore del giorno di una qualsiasi città del pianeta. Ovunque, «ind'a chistu munnu», puoi dire «m'abbrucia a capa». Come a Napoli, Italia.
Difficile sarebbe inmaginare la loro musica nel caso in cui la Giamaica avesse fatto la fine di Krakatoa, eppure gli Almamegretta non suonano reggae. Anche il polmone dub che respira profondo alle spalle delle liriche di Raiss era già nell’aria prima di incontrare Ben Young e Andy Farley. Ha un suono a suo modo vesuviano, quel basso panciuto che lampeggia in una tempesta di riverberi vaporosi, quell'andamento pastoso che si offre come poco altro al racconto di una storia. Fa vibrare gli organi interni e apre gli occhi, anche se non è il fluido poeteggiare di Linton Kwesi Johnson a solcarlo. Annibale resta comunque un «grande generale nero» che ci ha lasciato un po' di sangue africano nelle vene, un punto certo da cui riscrivere la storia. A patto di conoscere la propria.
Incrociata la via maestra dell'hip hop italiano, scelta di camp0 sociale più che dogma stilistico, è il momento di darci dentro con gli slalom, le digressioni contromano e le inversioni a U. La On-U-Sound guarda caso è dietro l'angolo: perfetta sintonia con African Headcharge, Mad Professor, Adrian Sherwood e compagnia. Nella caverna del dub l'azzeramento delle identità nazionali va affrontato carichi di certezze altrettanto forti. Meglio essere in tanti, da tanti posti.
Ma c'è dell'altro: raï algerino che dà alla testa, il funky che pulsa, l'abbraccio protettivo della musica popolare partenopea. La bussola punta inesorabile a Suddd: «Sud ind'a stu core staje si comm'o sanghe ind'e vvene meje/E chello che ammo passato chello nun ce o scurdammo». Insomma: altro che scurdammoce 'o passato.
«Lento» dice Raiss sul palco, come il fluido dub che Rashid (batteria), Crucial (basso), Orbital (chitarra) e Pablo (tastiere) tornano a sprigionare. Un invito a riprendersi il tempo che il sistema ti ruba ogni giorno: è l’unica cosa che abbiamo veramente, aggiunge Raiss, quindi difendiamola. Da pensarci su intensamente al prossimo ingorgo.
Timbro sgranato da ruvido raggamuffin, la voce degli Almamegretta può anche appiattirsi e volare alta non appena vede un po' di soul. In Fattallà c'è cronaca, analisi e sintesi di un problema che sta particolarmente a cuore agli Almamegretta: «Razza cultura nascita nazione so' addiventate a droga d''a popolazione/ (...) /Fattallà pecchè ccà nun ce può stà». E la sintesi continua oltre la musica, rendenedo inutile ogni eventuale dibattito sugli squilibri economici e le migrazioni: «Noi vogliamo che vengano - dice Raiss - perché qua ci sono soldi per tutti. Il problema è che stanno nelle mani sbagliate».

Aggiornato Sabato, 30 Luglio 2005