o f f i c i a l w e b s i t e

Almamegretta

Sound migrante musica dell'altro mondo

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ata: ottobre 1994
Giornale: King
di Goffredo Fofi

 


All'inizio fu la politica attiva. «Ma non ci davano retta. Invece adesso quando sali sul palco la gente ascolta davvero. Non solo i testi ma anche le sensazioni che possiamo trasmettere», dice Gennaro T., padre fondatore degli Almamegretta.

Che spiega a un fan insospettabile come Fofi dove è nata e dove va la musica partenop-tunisin-giamicana del gruppo.



Gennaro, Stefano, Orbit, Paolo, Raiss. Eccoli, i magnifici cinque degli Almamegretta, ben noti ormai agli amatori di musica nuova, cioè interetnica, di tutta Italia. Pezzi-canzoni come Figli di Annibale (prima versione più aggressiva, seconda più ironica), come 'O 'bbuono e 'o malamente, come Sanghe e anema, come Suddd, come Fattallà (il più «politico» e attuale) sono entrati in una zona di nuovo folclore giovanile più che di nuovo consumo.
Sono entrati nella zona abbastanza autentica e abbastanza calda dello scontento, del disagio, delle insoddisfazioni dei giovani meridionali, capiti e condivisi anche da tanti giovani centro-settentrionali. Gli Almamegretta esistono da poco, hanno fatto appena due compact, ma tutti sembrano ormai conoscerli. A Napoli, sono un punto di riferimento decisivo, nel mondo della musica. A fianco dell'anziano e geniale Sergio Bruni, maestro della canzone di tradizione (molto amato dagli Alma che erano presenti da fan al convegno per i cinquant'anni di carriera di Bruni tenuto non molto tempo fa all'università Orientale della città), di Pino Daniele, della Nuova Compagnia di Daniele Sepe; e poi ancora di Bennato, di Nino D'Angelo, di Consiglia Ricciardi, di Enzo Gragnaniello, dei 99 Posse; ciascuno nel suo genere e in uno spazio di rappresentanza sociale e di autonomia musicale. Eccoli, gli Almamegretta, a rappresentare una musica decisamente meticcia, intrisa di umori di Sud, nostrani ed esotici, di Sud vicini e lontani, la musica miscela, la musica unisce.
Incontro gli Almamegretta (ma li conosco da tempo) una sera attorno a una tavola imbandita da Angela, sposa di Gennaro, grafica e disegnatrice delle copertine dei dischi degli Alma. Angela non vuol essere troppo angelica, ma non può fare a meno di esserlo, con la sua femminile presenza in mezzo a un gruppo di giovanottacci taciturni. È con Gennaro, padre-fondatore, che parlo per primo, mentre Rino mangia e gli altri spiluccano e spariscono ogni tanto in un'altra stanza, a provare tastiere, a far andare nastri.
Come sei arrivato alla musica, attraverso quali esperienze?
«Prima di fare musica facevo politica attiva, erano gli anni '70. Non so bene cosa mi ha dato, ma è stata un'esperienza che mi ha formato e mi serve ancora oggi».
Una volta facevi propaganda per i gruppi politici e il comunismo, adesso per che cosa?
«Adesso propagando l’incontro e il confronto tra persone e culture che vengono da mondi diversi».
Farlo da artista e non nella pratica politica è molto diverso?
«Sì, molto. Negli anni '70, andavamo da persone completamente diverse da fbi, gli operai, i sottoproletari, e sentivo sempre una sorta di inadeguatezza: mi sembrava assurdo dire agli altri quello che dovevano fare, perché noi eravamo quelli che avevano capito come funzionavano le cose, che sapevano quello che sarebbe successo in futuro e come bisogna agire. La gente non ci dava molto retta. Invece adesso, quando sali su un palco, ti rendi conto che hai un potere, sara un fatto positivo 0 negativo non lo so, però la gente ti sta ad ascoltare con più attenzione e quindi quello che dici è molto importante; non parlo solo dei testi, parlo anche del progetto musicale, delle sensazioni che si possono trasmettere».
Facevi un lavoro normale, nella segreteria di una scuola. Come hai incontrato gli altri e come è nata l'idea di mettervi insieme?
«Il primo che ho incontrato è stato Gianni, il chitarrista. Con lui ho condiviso la prima esperienza musicale, nata da un annuncio su Bric à Brac che diceva: cerchiamo batterista o qualcosa del genere. Sono andato lì e ho trovato dei ragazzi... quasi tutti studenti, con i padri operai. Venivano da Fuorigrotta, Ponticelli, Secondigliano. Facevamo rhythm & blues ed era il 1988. Dopo un po' ci siamo divisi, ma io e il chitarrista abbiamo deciso di continuare e ci siamo messi a cercare un cantante. Così abbiamo incontrato Rino, che ha portato con sé un suo amico, Paolo, che suona le tastiere. È questo il nucleo degli Almamegretta. Poi sono arrivate altre persone, come Stefano, che pure hanno dato un contributo molto valido». Siete tutti laureati?
«Nessuno».
Perché, visto che avete studiato quasi tutti?
«A me mancano cinque esami. Paolo vorrebbe laurearsi, Rino ha lasciato per la musica e anche gli altri non hanno continuato. Insomma, a livello universitario siamo un disastro».
Vi considerate molto napoletani, come gruppo? La vostra proposta musicale è interetnica ma parte sempre da Napoli.
«Sì, ci sentiamo molto napoletani. Questo però non significa rivendicare le radici e tornare alle origini. È un punto di partenza».
Anche un punto di forza, sul piano musicale.
«Se avessimo origini diverse non avremmo la stessa identità musicale. Per nostra fortuna il patrimonio musicale napoletano è estremamente ricco e, volenti o nolenti, qualcosa te ne rimane. Le musiche che ho assorbito dalla tradizione napoletana sono state molto filtrate. All'inizio, ascoltavo Napoli Centrale, la NCCP, il primo Bennato. Tutto quello che era assimilabile alla musica leggera italiana, quindi anche un certo tipo di canzone napoletana, lo rifiutavo in blocco. Poi ho cominciato con il rock. Il primo musicista che mi ha colpito profondamente è stato Hendrix».
Nella vostra sensibilità per musiche che arrivano da posti diversi, come c'entra la politica? Il rock, negli anni '70, poteva essere considerato una specie di colonna sonora per la rivoluzione, secondo certe ideologie d'epoca, ma poi c'è stato uo spostamento verso l'Africa, la musica nera, quella latino-americana. Insomma si è trovata più sintonia con suoni che venivano dal Sud del mondo invece che con il rock angloamericano. Come è avvenuto questo passaggio?
Il rock era una conquista di autonomia rispetto ad altri valori. Musica e politica per me sono andate sempre di pari passo: quando ho cominciato a ribellarmi alla famiglia e a cercare valori che non fossero quelli che mi venivano imposti 0 proposti, contemporaneamente ho cominciato ad ascoltare un altro tipo di musica, che in quel momento era il rock. Poi sono venute altre cose, per esempio il jazz, che è proprio l'incontro tra la musica africana ed europea in America. Ma in quegli anni si dava alla musica un significato politico che oggettivamente non aveva. Così sono tornato ad ascoltare generi che per me erano più semplici, di impatto più immediato. Il rock aveva ormai esaurito la sua carica di ribellione, il jazz attraversava una profonda crisi creativa e io mi sono orientato verso musiche che venivano da mondi che, se geograficamente vicini, risultavano molto più lontani del mondo angloamericano che ci arriva ogni giorno attraverso i mass-media. Adesso cerchiamo di fare una commistione tra questi due aspetti attraverso una nostra sensibilità che ha molti punti in comune con la musica del Nord Africa. Cerchiamo di mettere a confronto stili che fanno riferirnento ai vari Sud del mondo con la musica che viene dall'Inghilterra, dall'America o da luoghi come la Giamaica».
Dal musicale e sociologico spostiamoci alla vita di gruppo. Tu sei il più vecchio, mi pare. Hai la funzione del papa?
«Un p0' si, perché a volte si tende a esagerare. Ho qualche anno in più e mi tocca ii ruolo di equilibratore delle varie tensioni che si creano».
Il ruolo che svolgi nell'esecuzione musicale è importante, vero?
«Io mi occupo delle ritmiche che nella nostra musica sono molto importanti; quando componiamo i pezzi partiamo da lì».
Come li inventate questi pezzi?
Partite da un'idea teorica e dalle parole oppure provate a buttare giù quattro rumori e poi via via ci costruite sopra il pezzo?
«Stabiliamo quali elementi vogliamo nel brano e poi li andiamo a trovare. Molte volte usiamo il campionatore che registra delle battute, una ritmica, un canto che stavano in un'altra situazione e le inseriamo, in un modo che può apparire anche forzato, in un pezzo che poi diventa nostro. Oggi non si inventa più niente, tutto quello che si può fare è mettere insieme cose apparentemente diverse. Per questo i nostri pezzi sono una specie di scommessa: questi frammenti lontani e diversi noi li facciamo coesistere, diamo loro una vita propria, li trasformiamo».
Quando andate a suonare in giro tipo di ambienti e di situazioni trovate? E che impressione vi fa l'Italia che viene fuori da questi viaggi? Che giudizio date sui giovani e sulle situazioni di marginalità vera o presunta?
«Gli ambienti che frequentiamo, i posti dove andiamo a suonare, sono ambienti cosiddetti di sinistra: si va dai centri sociali alle feste dell'Unità, ai locali frequentati da giovani che fanno riferimento a valori che si potrebbero definite di sinistra, ma forse solo come tipo di vita oppure come attenzione a certe cose piuttosto che ad altre. Insomma, ambienti giovanili che non si riconoscono nella cultura televisiva o nell'atmosfera degli anni ‘80, quelle dell'individualismo esasperato, della carriera. Anche se poi vedo che il rapporto che si crea tra chi sta sul palco e chi sta giù spesso è di tipo tradizionale, perché quello che fai o dici viene un po' mitizzato. Questo a noi non piace. Ti fanno sentire nel ruolo tradizionale della rockstar. Mi ricordo che negli anni '60 col palco c'era un rapporto di conflittualità, tutti volevano salirci e suonare, perché chi stava là sopra aveva il potere e quelli che stavano sotto si sentivano esclusi».
Rino è più giovane di Gennaro, ha una voce splendida e roca, un fisico massiccio, una bella testa pelata, un sorriso più dolce che sornione, di chi vorrebbe presentarsi come un bullo ma sa di non esserlo, e di essere un «buono», un «giusto». Tutto il gruppo è un p0' così, le acconciature trasandate e da duri, secondo la retorica spesso fastidiosa dei gruppi musicali (ah, i videoclip di Videomusic: a forza di voler sembrare tutti diversi, tutti i gruppi sembrano uguali!), non riescono a tradire una dose di umanità e di calore decisamente superiore al normale. Stare in mezzo agli Alma Megretta, una sera a cena nella casa accogliente di Gennaro e Angela - ai Vergini, rione Sanità - che fa da sede e studio e da transitoria comune per tutto il gruppo (Angela mostra molta energia nell'impedire che si trascenda ed esige da tutti una collaborazione attiva al buon funzionamento della serata e della casa) è un'esperienza gratificante e simpatica. Si vede che gli Alma si rispettano e che stanno bene insieme, anche oltre la musica. Sono tutti poco loquaci, però, meno Gennaro «l'anziano», calmo, pacato e solido, e Rino, effervescente ed estroverso. Se Gennaro ha forse dovuto faticare, in passato, per riuscire a esprimersi al meglio con la parola e con la musica, si direbbe che per Rino tutto sia stato più facile. Ma è proprio la sintonia e l'equilibrio tra i membri di un gruppo che fa il gruppo, che lo rende vitale e necessario...
Tocca dunque a Rino, alias Raiss, raccontare adesso l'esperienza degli Alma. E diciamo subito che il nome del gruppo glielo ha dato lui, che e andato a pescarlo addirittura tra le canzoni medioevali dei troubadours. «Almamegretta vuol dire semplicemente anima migrante», dice Rino, «siamo tutti un p0' anime migranti e nomadi, intende dire la sigla. Dobbiamo tenerne conto e dobbiamo vantarcene: è bello essere "anime migranti" in un mondo di tanti e tante anime migranti».
Cosa facevi prima di cantare, o che fai oltre a cantare?
«Adesso nient'altro. Prima lavoricchiavo. Io e Paolo, il tastierista, andavamo ad attaccare i manifesti per un locale. Poi ho insegnato aerobica per tre anni. E facevo anche qualche trasloco».
Il fatto che tu scriva testi, oltre a cantare, fa sospettare una formazione su autori di poesie, una ricerca che nasce strade precedenti alla musica...
«Sì, senz'altro. Dimenticavo di dire che una parte importante l'ha avuta la scuola che ho fatto, il liceo classico, che mi ha aperto la strada alla lettura».
Quali sono i poeti a cui hai rubacchiato qualcosa, qualche atmosfera, un modo di far poesia?
«Non so se ci sono influenze. Sicuramente i poeti napoletani, perché ho scritto in napoletano, ma gli argomenti sono così diversi».
Ti è mai capitato di suonare davanti a un pubblico con forte presenza interetnica, per esempio con molti neri? E che tipo di reazioni hai notato?
«Ci è capitato a Napoli. Molte volte quando arriviamo alla parte più radicale del nostro concerto, dove c'è molto dub, solo ritmica, ritmica e ritmica, ci sono solo i neri che continuano a ballare. E magari c'è qualcuno del pubblico nostrano che si ferma a guardare a bocca aperta. Non solo a Napoli. A Bergamo, per esempio, c'era la comunità senegalese, oppure a Genova c'erano dei magrebini che, meravigliati, ci chiedevano: "Ma voi di dove siete?". E noi: "Siamo napoletani". E allora volevano sapere questa musica da dove la prendiamo. E noi a rispondergli che la prendiamo da Napoli. Piacque molto la nostra musica, e fu una bella serata, ci tirarono sul palco molti regali, piccole cose, in segno di omaggio».
È ben noto che il successo dà alla testa e che i gruppi musicali sono fatti otto volte su dieci da esibizionisti. Una malattia professionale dei gruppi musicale è la megalomania e la perdita di senso della realtà, e questo porta, come sappiamo, a grandi tragedie, perché ci sono quelli che partono per la tangente: droga, misticismo, follia. A voi vi salva una forte carica di autoironia, che vi permette di avere un rapporto ironico con il pubblico. Non è che andate a cercarvi quelli che vi adorano, perché vi accorgete della falsità della situazione, non ve ne compiacete. Allora, da questo punto di vista, come giudicate il mondo dei gruppi musicali?
«C’è un grande pericolo. Ho visto gente adulata per quello che faceva e che all'appuntamento successivo si presentava con cose veramente terribili, piene di retorica. È megalomania anche quando cominci a infarcire un testo o una musica di tutti quegli elementi che sono stati riconosciuti, dal pubblico o dalla critica, come quelli che ti distinguono dagli altri. Per esempio, noi accostiamo delle cose reggae a delle cose napoletane, e il rischio sarebbe quello di esagerare. Invece certe combinazioni sono venute fuori per caso. Suddd, per esempio: giocando con la tastiera è venuto fuori un accordo arabo che ha ispirato la melodia. Bisogna sempre fare i conti con se stessi e io non sempre ci riesco, a volte parto un po' per la tangente».
Gennaro funziona come elemento equilibratore?
«Gennaro è l'elemento equilibratore. lo a volte sono un p0' isterico, un po' esagerato. La cosa bella del nostro gruppo, secondo me, è che siamo cinque e abbiamo età diverse. Gennaro è la generazione degli anni '70, poi c'è Gianni che è la generazione del terremoto, a cavallo tra gli anni '70 e '80. Io, Stefano e Paolo siamo proprio gli anni '80, però siamo anche quelli che magari negli anni '80 erano un po' critici, non tanto nelle cose che si dicevano quanto nelle cose che si facevano, nella pratica».
Immagina di avere il dono di beggere nel futuro: cosa succederà a questo gruppo e a questo tipo di musica fra tre anni?


Aggiornato Venerdì, 09 Settembre 2005
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 01 Aprile 2009 11:15 )  

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